Desenzanese puro, con lo sguardo rivolto all'azzurro della darsena spalancata davanti al giardino che cura amorevolmente insieme alla moglie, ha vissuto anche a Brescia, Rezzato, Montichiari “arricchendo le mie sperimentazioni - racconta - pensi un po', con il Garda nel cuore e nella memoria, mi sono invaghito di un termine come sbrèl… che sul Sebino significa "sereno": non è meraviglioso?”. Ex direttore di banca, oggi attivissimo promotore finanziario, Alberto Rigoni, Rigù - come lo chiamano i familiari, gli amici e i critici che si sono a più riprese interessati del suo lavoro, ha iniziato a scrivere 12 anni fa, anche in esito di suoi studi di simbologia ed anagogia coltivati fino dalla giovinezza e ha già vissuto l'esperienza della pubblicazione, autofinanziandosi: manda in tipografia e segue l'iter lavorativo in prima persona, bozze incluse, destinando alla beneficienza i proventi delle vendite. “Nell’ambiente che mi circonda - dice ancora – ritrovo le mie più profonde ragioni di vita. La ricerca non è per me una via d'astrazione ma di più precisa interrogazione della realtà. Certamente contano i ricordi, quello tenerissimo della mia maestra delle elementari oppure del mio quartiere, Capolaterra, e di quanti lo popolavano - ma non meno la rielaborazione nell'oggi”. Sottoscrive le opinioni di Andrea Zanzotto e di Franco Brevini per i quali il dialetto proviene dall’inconscio collettivo ed è poi modulato dall’uso quotidiano, ma fa un passo più avanti: secondo lui “il dialetto si presta alle esigenze della praticità, ma può essere presupposto per la ricerca di risultati letterari più alti. La letteratura è una espressione della volontà di comunicare, mai ad una sola direzione il poeta è chiamato a strutturare, elaborare ogni messaggio, al di là dell'ispirazione”.