“Non mi definirei un uomo colto, ma scrivo fin da ragazzo…” nato a Brescia nel 1933 da Giovanni detto Gino (livornese, molto noto in città nell’ambito del Teatro Filodrammatico dagli anni 30 agli anni 70, come si rammenta nell’Enciclopedia Bresciana, vol. XII, p. 175), Ugo Pasqui ha messo l’innata versatilità a disposizione del suo amore per l’arte: tanto nelle manifestazioni letterarie quanto in quelle musicali e visive. Questo non gli è naturalmente stato d’ostacolo per il percorso professionale, in ambito OM, che gli ha infine procurato le onorificenze di Maestro del lavoro e di Cavaliere della Repubblica. Da sempre molto appassionato di lettura e la musica (sinfonica e lirica), disegna e dipinge, “particolarmente ad acquarello e in tempi recenti a penna – precisa - con buoni risultati e piazzamenti anche a livello nazionale (Concorsi ANLA 1985; 1990; 1991 e 1994) con opere scelte ed esposte a Brescia, Bologna e Todi. Collabora con disegni e poesie alla riviste “Marcolinianamente” e “Rassegna culturale ASLAI”, di cui illustra la quarta di copertina con vedute bresciane disegnate a penna. Nel 2006 ha pubblicato un volume di vedute bresciane, a penna ed acquarello, dal titolo La Brescia che amo, presentato nel saloncino della Fondazione Civiltà Bresciana. Sono opera sua le 42 splendide tavole a penna del volume edito a cura della Banca S. Paolo sull’Abbazia Vallombrosana sita ai piedi del colle di Sant’Anna, nel Parco delle Colline Bresciane. Nell’ambito della scrittura, “è stata il pensionamento, nel dicembre 89 – racconta - a riavvicinarmi all’antico interesse per il dialetto bresciano”. Nel 1952 e 1953 “La Voce del Popolo” pubblicò i suoi primissimi lavori, in quella lingua cui si era accostato fin da ragazzo tramite il dottor Aldo Cibaldi, coinquilino in Via San Faustino, 43 per lunghi anni. E in seguito, proprio grazie a un dono ricevuto da Cibaldi (una copia di Memoria e Congedo) e di un libriccino di 21 pagine intitolato Bràze e burnus, ha cominciato a sperimentare le possibilità ritmiche e musicali del dialetto “che non è – afferma - poi così “irsuto ed ispido”, come Dante l’ebbe a definire nel De vulgari eloquentia”. Nella sua esperienza poetica, unicamente in dialetti cui riconosce un’impareggiabile espressività, raramente si lascia tentare dai versi liberi, perché ama mantenersi nelle rotte segnate dalle strofe che per lui sono garanzia della più ampia libertà. Ama usare la rima, strumento necessario al suo linguaggio poetico, che ribadisce ed accresce l’intensità della comunicazione, ciò anche quando si fa della rima un uso discreto, quasi inosservato. “Il metro ed il ritmo non possono essere assenti dalla produzione poetica – osserva – almeno nella mia, spesso sospesa ed autoriflessiva, senza dimenticare che al di là della correttezza della forma deve emergere la sostanza, mezzo irrinunciabile per interpretare e commentare l’esistenza”. Instancabile nella ricerca delle migliori soluzioni lessicali, evita con cura di usare termini astrusi o arcaici, che la gente comune non conosce e non usa più, perché vuole comunicare direttamente “con i miei lettori – conclude - che immagina parlino il dialetto della città, di Via San Faustino in particolare”. Dopo alcune partecipazioni a concorsi ha pubblicato nel 92 il volumetto di poesie “Ròbe de ‘na olta, ròbe de adès, ròbe dè sèmper, recensito benevolmente da Aldo Cibaldi, cui hanno fatto seguito La sés e la raccolta Col cò nel vènt (2008). La sua indole di eterno sperimentatore lo ha portato ad avvicinare generi di tradizione anche lontanissima da quella letteraria italiana ed europea: Pasqui è autore di numerosi, bellissimi haikku, notissima forma poetica giapponese con un numero di sillabe vincolato, e, sempre nel contatto con la letteratura giapponese, si è cimentato “anche nella produzione di kouta, composizioni vocali piuttosto brevi – spiega - il vocabolo, che significa letteralmente "canzoni piccole" e probabilmente è nato in contrapposizione al termine ôuta ("canzoni grandi") e indicativo della musica vocale cerimoniale eseguita a corte. I testi dei kouta, canzoni di intrattenimento di genere diverso di moda sia tra il popolo che tra gli aristocratici, i monaci e i bushi, erano poemi con strutture metriche diverse (spesso una struttura prefissata come 7 + 7 + 7 + 5 sillabe, oppure 7 + 5 + 7 + 5, ecc.) e temi descrittivi, lirici o amorosi.