Bresciano e di famiglia bresciana, scrive da moltissimi anni e da altrettanti legge, vivendo, grazie alla sua professione di bibliotecario, tra i libri. Il coraggio, in tempi recenti, di uscire allo scoperto ha immediatamente premiato con riscontri positivi la sua indole di sperimentatore. “Ciò che conta – dice Azzini – è la bontà dell’idea; la questione di come esprimerla, in un certo senso, segue”. Per amore di tradizione riconosce che il dialetto, cui lo legano forti ragioni affettive (l’infanzia e, più tardi, le visite ai nonni a Calvisano) è un interessante ambito di ricerca. E non solo “lo trovo – aggiunge - più duttile rispetto alla necessità di certe narrazioni”. D’altra parte, non bisogna negare al dialetto, ancorché lingua delle “origini” delle prospettive di evoluzione”. Se l’obiettivo è tenersi in equilibrio sul filo che corre sottile tra tradizione e innovazione, non ha senso individuare priorità o supremazie, piuttosto è divertente e curioso cercare di provocare osmosi tra i due differenti sistemi linguistici. “Così, credo, ho vinto nel 2006 il premio Legnano- Giuseppe Tirinnanzi, per la sezione dialetti di matrice lombarda - conclude - provando ad introdurre anche parole molto insolite. Una lingua, quando serve alla letteratura, dev’essere prima di tutto godibile”. Così come sembrano divertirsi un mondo i personaggi del racconto che dà anche il titolo a uno spettacolo del Natale nelle Pievi 2008, trè originài che sotto le Feste dovrebbero accordarsi per portare i doni… eppure non è così scontato che tra Santa Lucia, Babbo Natale e la Befana l’atmosfera sia d’idillio