gli Artisti compagnia Stringhini

In un passato ormai caduto in oblio, nella nostra città alcuni bambini percorrevano, ogni giorno, il tragitto che dal quartiere Carmine li conduceva all'Istituto Rachitici di Via Milano. Accompagnava gli sfortunati “Stringhini” una vecchia, con un occhio orbo bendato e un braccio sempre legato al collo: nella miseria più nera, questa organizzazione permetteva alle mamme bresciane di lavorare e prefigurava in qualche modo il servizio offerto, ai nostri giorni, dall'asilo. Mariateresa Scalvini e Beppe Pasotti, fondatori di una compagnia teatrale soprattutto dedicata al dialetto, sono quanto di più lontano si possa immaginare da un compassionevole gruppo di piccoli diseredati… messi all’opera, i due, legati da un incredibile feeling che ne esalta i tempi presenza scenica, sono una coppia irresistibile. E l’improbabile raffronto con gli “Stringhini”, di cui per fortuna s’è cancellata ogni traccia, è un motivo in più per cominciare a ridere, che è poi quello che si finisce per fare ininterrottamente al cospetto di due attori capaci di fondere in armonia due caratteri istrionici. Ne traggono risultati interessanti senza mai oscurarsi a vicenda, benché, a mezza voce, dicano sconsolati uno dell’altra “lè semper drè a pegiorà”. La predilezione per il dialetto si spiega con la vivacità condivisa che li porta a utilizzare con convinzione la lingua domestica, quotidiana, dalla quale ottengono effetti importanti in termini di comicità “vedrei bene il dialetto inserito tra le materie scolastiche – dice Mariateresa – è un modo di non perdere la nostra storia, ma anche il nostro senso dell’umorismo”. Indimenticabili interpreti di Carta, penna e calamaio, spettacolo di Arrigoni ricavato da testi di Angelo Canossi, Scalvini e Pasotti hanno avuto un ruolo importante anche nell’ideazione del Natale delle Pievi, in cui animano Quater galete e ‘n portogal e Braghe rote… storie de Nedàl. Portare il contributo di due carriere attorali solide a un progetto innovativo è sembrato “giusto, viste le intenzioni e la modalità. E il tempo – dicono – dà conferme sulla bontà di un’iniziativa che, alla quarta edizione, non smette di affascinare e sorprendere”. Al di là del recitare in dialetto, che per loro è un vero piacere, altre soddisfazioni vengono “dall’ambientazione, in quelle Pievi un po’ fuori mano che per norma rimarrebbero deserte – dice Mariateresa – e mi fanno sentire, quando vi recito, profondamente emozionata. Credo che la religiosità, un tempo, fosse più appassionata soprattutto in prossimità del Natale: noi oggi avvertiamo la responsabilità di essere in qualche modo  ambasciatori di un invito alla riflessione, alla contemplazione del miracolo della Natività”. Su un piano squisitamente professionale “è una sfida bella e stimolante – sottolinea Pasotti – legare insieme testi di mani diverse nel medesimo spettacolo, cui cerchiamo di garantire ritmo e godibilità… oltre naturalmente a rivedere gli allestimenti e i costumi e a cercare di ottimizzare continuamente le soluzioni sceniche”. Sul palco, frizzanti come ragazzini, esprimono il lungo amore per il mestiere, che negli anni ha infuso in loro la capacità di dosare momenti lievi con altri più riflessivi e pensosi: e senza mai cadere nella caratterizzazione o la tentazione di fare “macchietta”. Piuttosto, l’uso del dialetto esalta la profonda umanità dell’atto comunicativo, in un vivo scambio emozionale, nel quale ci si trova irrimediabilmente, e con gran gioia, coinvolti.

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