Nella notte dei tempi qualche nostro progenitore ha graffito e inciso su pareti rocciose nelle grotte e nelle caverne.
Anche nelle antiche prigioni delle inquisizioni i detenuti tracciavano qualche scritta sul muro.
Il carcere è pieno di scrittura, di penne, di matite, di oggetti per scrivere , la scrittura rappresenta la capacità di espressione di se stesso sovente con l’uso di metafore che sanno comunicare in maniera forte e pungente.
Il raccontarsi rappresenta un momento di non alienazione la capacità di rappresentare il mondo attraverso i propri occhi.
Comunicare quello che si vede per produrre qualcosa di nuovo, per creare uno spazio di libertà, per aumentare e rendere più ampio il proprio spazio interiore.
Scrivere per tirar fuori l’immaginazione, per agire con il pensiero e per sentirsi liberi.
La libertà è la cosa più importante per chi non è libero e poiché non può uscire la sua sarà la scoperta della libertà interiore.
E proprio la farfalla era il primo tatuaggio che si facevano i carcerati di tutto il mondo.
La farfalla che avrebbe fatto volare il proprio pensiero e il proprio corpo al di là dei muri e delle chiavi.
Scrivere per l’opportunità di costruire dei percorsi di riscoperta e ricostruzione di sé, per costruire fiducia e autovalorizzazione e per sviluppare quella competenza umana fondamentale che è alla base di qualsiasi percorso di reinserimento e riscatto sociale.
“Ognuno di noi è un posto da cui vedere”.
Mariagrazia Bregoli