Prefazione Carlo Agarotti

IL NATALE DELLA NOSTRA GENTE
Fra le feste piccole e grandi che si dipanano lungo l¹arco dell¹anno,
nessuna è entrata nel cuore della gente come il Natale. Il naturale fatto
della nascita, il luogo povero e silenzioso dove avviene e il contatto
stretto con gli animali domestici più umili, inducono, ogni volta, ad un
moto di pietà e di tenerezza. La nostra buona gente comune, che continua a
mantenersi semplice, genuina e schietta, percepisce il pur grande
avvenimento come un fatto intimo e familiare e vi partecipa con spontaneità
e generosità insieme a parenti, amici e conoscenti quasi come se il sacro
evento avesse luogo realmente ogni anno, magari, proprio nel paese in cui
abita o, addirittura, sotto il tetto stesso della sua rustica dimora. I moti
dell¹animo e i buoni, cari sentimenti si rispecchiano intatti nella calda,
delicata atmosfera che pervade il ricordo della divina nascita.
Il Natale è la festa della famiglia unita che si vuole bene e che, un tempo,
la Vigilia, si stringeva intorno al focolare fiammeggiante dove il rizidùr,
il capofamiglia, sistemava con perizia el sòc de Nedàl, il ceppo più grosso
tenuto appositamente da parte durante l¹anno, prima di aspergerlo di vino e
adempiere così al suo ruolo di officiante di un augurale, sacro rito
solstiziale, tramandato, da tempo immemore, dagli antenati. Quella sera, nel
lieve tepore della propria casa, al riparo dal freddo e dal buio esterni, i
diversi componenti dimenticavano gli affanni e le preoccupazioni di ogni
giorno e si ritrovavano insieme, in pace e in armonia. I meno fortunati, che
facevano anch¹essi parte della comunità, venivano, in qualche modo, fatti
partecipare alla festa con il dono del caidù, un poco di legna per scaldarsi
e qualcosa da mangiare, che, nel tempo, aveva preso, non si sa come, il nome
degli alari del camino.
Per tutta la giornata la Chiesa manteneva la rigida prescrizione del digiuno
ma, secondo l¹antico costume celtico, ancora seguito nelle campagne, essa
terminava con il giungere delle tenebre. Da quel momento era un tranquillo
affacendarsi per apparecchiare e provvedere ad ogni cosa per la rituale,
lauta cena della Vigilia. Dopo il piacevole e gustoso convivio venivano
trascorse, in perfetta letizia, le poche ore che mancavano alla messa di
mezzanotte.
Mentre nelle rievocazioni della Pasqua, l¹altro punto focale del
cristianesimo, sono i personaggi del potere, come il re, il gran sacerdote e
il rappresentante del dispotismo romano che si muovono con insensata,
drammatica arroganza, nel Natale, al contrario, sono soltanto dei miti
pastori, la gente del luogo, fors¹anche la più umile, a contornare di
intensa e devota spontaneità il grande avvenimento.
Si può immaginare, non senza ragione, che i protagonisti umani della
Passione, nel loro insolente e irresponsabile confronto, si siano serviti
della fredda, burocratica e ridondante lingua ufficiale. I pastori di
Betlemme, invece, dal canto loro, fra  espressioni di sorpresa e di giubilo,
avranno sicuramente discorso amabilmente insieme, nel loro linguaggio
semplice di tutti i giorni, forse limitato in quanto a varietà di termini,
ma vivo, fresco e genuino nelle sue schiette espressioni. Proprio la lingua,
si potrebbe dire, che ha sempre parlato la gente comune, ovunque nel mondo
si trovasse a vivere. Sempre la stessa che il grande ingegno di Giacomo
Leopardi non disdegnava affatto, tanto da raccomandare ai poeti ²l¹ascolto
del popolo quando parla perché più vicino alla natura².
Se il Natale è, più di altre, la festa propria della gente comune, ne viene,
di conseguenza, che, in moderne rievocazioni, presepi viventi e opere
rappresentate per l¹occasione, sia da prediligersi l¹uso del suo parlare,
ossia del pretto dialetto che esce spontaneamente dalla sua bocca. La lingua
nazionale, che il poeta Franco Loi ricorda come fosse, al momento della sua
imposizione ai novelli italiani, ²una presunta lingua media fiorentina
inesistente² è sicuramente più dotta e ricca di vocaboli ma difficile da
congegnare e da parlare correttamente perché non è lingua schietta di popolo
come lo sono, invece, i dialetti e qualche dialetto assurto al rango di
lingua come, ad esempio, l¹inglese. Il sommo Dante, nella sua Commedia,
ignora il resto dell¹umanità e tratta, quasi esclusivamente, di gente di
potere, come già lui era stato, usando un italiano arcaico benché altamente
poetico, che solo i dotti del suo tempo comprendevano nella sua interezza.
Una manifestazione che rievochi un evento caro al popolo come il Natale, non
può essere resa, quindi, in altra lingua che non sia la sua.
Per quanto concerne, invece, l¹aspetto scenico ovvero i luoghi ove
realizzare le opere da rappresentare e le rievocazioni legate al Natale che,
data la stagione poco propizia, non è sempre possibile effettuare
all¹aperto, sono, al pari della lingua, preferibili situazioni di
naturalezza e semplicità. Può trattarsi di ambienti vecchi, rustici e
poveri, non certo disordinati né sporchi, magari luoghi di antica sacralità,
vetusti luoghi di culto nei quali il cristianesimo è succeduto ad ancora più
antiche religioni a sfondo naturale, come nel caso di alcune pievi
romaniche, talora sconsacrate, con lo scabro tetto a capanna. Le persone
venute ad assistere alla rappresentazione, devono poterne godere in
rispettosa tranquillità sentendosi a proprio agio. Il freddo monumentalismo
delle cattedrali di marmo, infatti, intimorisce gli individui che si sentono
soggiogati da tanta espressione di potenza, anche creativa, e li rende
trepidanti e quasi estranei a quanto vi avviene.
La religiosità semplice e commovente della nostra buona gente è come un vino
nostrano, scuro, forte e vigoroso conservato in una piccola, vecchia botte
di legno. Soltanto il Natale, fra le feste del calendario annuale, ha il
potere di farlo sgorgare forte e copioso nella serena e tacita armonia di
arte, cultura, sentimento e devozione, che è il Natale nelle Pievi di Pietro
Arrigoni.

                                                         CARLO AGAROTTI