
Ha un lunghissimo curriculum in cui spiccano numerosissimi i riconoscimenti e, d’altra parte, una semplicità di modi disarmante. Nata a Mantova il 13.7.1948, vive da una cinquantina d’anni sul lago di Garda ed ha sperimentato, negli anni dell’infanzia, molti dialetti, tra cui il veronese e il trentino. Dal 1987, anno dell’esordio letterario, ha ricevuto innumerevoli premi, da quello del concorso indetto dal Comune di Acquafredda (1988 e 1989); al Premio “M. Bertolaso Nalin” al “Cugianì Bresà” (1989); al concorso “Accento Bresciano" di S. Paolo (1993); al “Giacomo Floriani” del Comune di Riva del Garda (1995); Premio “Angelo Albrici” al Premio Broletto - Città di Brescia (1997); “Premio Broletto Città di Brescia” (1999); premio per la più bella poesia d’amore al concorso di “Castelcovati” (1999); Targa delle Regioni al 22° concorso nazionale di poesia dialettale “Valente Faustini” Piacenza (2000). Vincitrice del Premio speciale della giuria 11a edizione del premio Broletto – Città di Brescia “Giovanni Scaramella” (2001), lo è stata anche al concorso bandito dal Comune di Carpenedolo (2000), al “Guido Modena” di San Felice sul Panaro (2001), al “Paganini” di Rovereto e all’VIII “F. Piccinelli Pedrazzani” di Brescia (2002), al concorso letterario del comune di Acquafredda (2003), al Premio “Angelo Albrici” - Premio Broletto - Città di Brescia (2003), alla IV edizione del concorso di poesia dialettale di Vigonza (2004), di Carpenedolo (2004), del SS. Faustino e Giovita-Fondazione Civiltà bresciana e del Premio Broletto Fondazione ASM (2005) fino al “Francesco De Lemene – Montanaso Lombardo - Lodi (2005). Finalista (2002) e 1° premio per il dialetto al “Legnano-Tirinnanzi” (2004), oggi è spesso componente di giuria in concorsi di poesia e collabora con il mensile “Dipende Giornale del Garda”, dirigendo la collana "Poeti di Dipende”. Ma sarebbe inutile cercare di sorprenderla nell’atto arcigno del giudizio: piuttosto, ha lo spirito dell’eterno esploratore, che si serve dei mezzi che ha a disposizione per trovare il bello in ogni situazione, “coi miei testi preferisco far ridere che piangere – afferma – lascio il dramma a chi sa tenerne le fila: io al massimo magari porto me stessa, e il mio lettore, a un momento di riflessione”. Sul versante teatrale, altra grande passione che l’ha condotta a fondare nel 1995, la Compagnia de Riultèla, è autrice di molti testi brevi e di 18 commedie (molte delle quali rappresentate da più compagnie bresciane, e tradotte anche in altri dialetti Dizìl cò i fiùr; I caài de la bisnóna; L’ocaziù de fa bögada; El quadèr söl solér; Casimiro ciao-ciao; Taddeo benedèt ve zó dal lèt; La pröa de la scàgna; L’è mai isé come par; I confècc cola mandola amara; Villa Artemisia; Clemens de la Sovera; El tròto Bernardo; El veciasì dei solfanèi; Gh’era na olta en mago; Gatì gatù liù, ovvero El gat de marmo Nègher; Dumà compése j-agn; Teodoro tignìt compàgn de l’oro). L’uso dell’ironia l’aiuta a respingere con garbo, ma con fermezza, gli aspetti crudeli e angoscianti della realtà “che invece – osserva – ci vengono continuamente propinati dagli organi d’informazione… preferibilmente all’ora di pranzo”. E predilige il dialetto “perché è parte di me – dice – di quella quotidianità che da sempre mi ispira, mi dà spunti per la scrittura. Io penso in dialetto, e trovo che non dovrebbe mai, in quanto lingua degli affetti, dell’immediatezza, essere considerato secondo all’italiano”. Un presupposto sufficiente per sposare con convinzione il progetto del “Natale nelle Pievi”, di cui apprezza anche molto “il recupero di una dimensione religiosa intima e raccolta, ambientata in sedi che più di una volta mi hanno sorpreso come se fossi una turista, mentre semplicemente ignoravo che si trovassero a poca distanza da casa”. Non può che trovarla concorde la scelta del dialetto come lingua d’elezione: “prima di tutto” puntualizza “la religiosità nelle nostre campagne è sempre stata intimamente legata al dialetto, e poi chissà che non si riesca a indurre una seria riflessione su quella che è la nostra lingua più spontanea. Scrivendo da tanti anni, e frequentando da anni l’ambiente della produzione letteraria bresciana, credo di poter dire che l’esistenza di regole unificatrici, e del loro rispetto, ci priverebbe forse di qualche “voce” poetica, ma darebbe più credibilità e compattezza alla cultura della brescianità”.