A tu per tu con… Josè Rinaldini

I diz che so ‘n liù, ma so ‘n liù de pèsså:
alse la uz per quarcià zó la porå,
fo ‘l mè nè frego apò se go ‘l magù
e parte ‘n quartå per le spedisiù
che sèrf apénå a picà zó ‘l maiù

“Benché il dialetto presenti molte difficoltà di lettura e non abbia la dovizia di vocaboli della lingua italiana, pure ci sono termini ed espressioni di un’efficacia insostituibile – dice Josè Rinaldini – e soprattutto per questo mi è caro manifestare proprio in dialetto i sentimenti che hanno via via segnato il mio vissuto”. E in effetti, a dispetto dell’aspra durezza della nostra parlata natia, sa infondere nei suoi versi una straordinaria espressività, approdando a una filosofia di pensiero che illumina gli affetti più cari “l’amore, e in particolare l’amore materno – conferma – senza dimenticare però la quotidianità con i suoi mille problemi, ambiguità e ingiustizie; la brevità della vita e l’impossibilità di prevederne il termine; e infine il rimpianto del passato, a volte anche idealizzato e sopravvalutato, ma pur sempre tanto caro al cuore”. E appartiene al passato il testo prodotto per Natale nelle Pievi: si tratta dell’evocazione di un lontano Natale (1947) in cui un lutto sconvolge la vita di una famiglia intera ma soprattutto dell’autrice, allora poco più che bambina. Scrivere e leggere in dialetto è “permettere alla tradizione di rifiorire, di ricondurci a tempi passati – aggiunge – ma non remoti, di riscoprire la forza evocativa di tante espressioni dimenticate… proprio in quelle dure troncature che caratterizzano la nostra parlata. La difficoltà stessa di leggere il dialetto invita a una lenta riflessione per carpire il valore nascosto di certe inaspettate risonanze foniche”. Nella raccolta poetica El liù de pèsså (2005, Fondazione Civiltà Bresciana) l’autrice sembra discutere con se stessa, pur indirizzando i suoi pensieri ad ipotetici interlocutori bresciani: scava nella profondità del proprio intimo e fa emergere con vera sapienza poetica un mondo fatto di piccole cose, di paesaggi straordinari (molti, colti sull’amato lago d’Iseo, come il breve ma devastante arrivo della sarneghèra), di descrizioni piacevolissime con il gusto sorridente di osservare le abitudini umane, quelle “alla moda” e quelle… eterne.