Raccontare Bruno Boni in 70 fotografie... - introduzione alla mostra, di Franco Lucini

Raccontare Bruno Boni in 70 fotografie non è impresa facile. Non lo è mai per personaggi di tale calibro ma soprattutto se hai avuto a che fare con il 'Professore'.

Sì perché se c'era un uomo che riservava la giusta importanza all'immagine, era proprio lui.
Lo avevo incontrato in Castello quando avevo sedici anni: passeggiavo da solo quando me lo ero trovato davanti. Fiero, con il cappottone di lana a risca di pesce grigio, dolcevita bianca e un libro nella mano destra.
Ricordo di averlo fissato sbalordito, lui, che notava tutto, mi sorrise e mi disse: buongiorno.
Risposi imbarazzato e a fatica, non ci credevo; il sindaco mi aveva salutato.
Tornai spesso in Castello per rivederlo e scambiare quel saluto di cui andavo fiero.
Non immaginavo certo che dopo una decina d'anni sarebbe diventato un 'amico', un secondo padre, un punto di riferimento.
Quando nei primi anni ottanta rilevai lo studio fotografico Orioli, a ridosso dei portici, la mia frequentazione divenne quasi quotidiana: la colazione alla pasticceria Camera era per noi era quasi un rito.
Spesso la mattina, dopo aver fatto le ore piccole al giornale, arrivavo in ritardo e la ragazza del mio studio mi rimproverava: è passato il professore, la aspetta in Broletto.
Non sempre andavo immediatamente ma quando aprivo la porta mi accoglieva con il solito ritornello sarcastico: 'la sera leoni, la mattina...'.
Poi le chiacchierate nel suo studio, l'impegno politico e le 'vasche' sotto i portici, la visita da Tarantola per un nuovo libro, un gelato al chiosco del Castello.
In quel periodo della mia vita ero diventato il suo 'amico' fotografo e queste sue attenzioni mi riempivano di orgoglio.
Raccontare Bruno Boni in 70 fotografie è oltremodo difficile perché non basterebbe il palazzo più grande della città, per esporle.
Boni ha incontrato tutti, ha stretto mille mani , ha inaugurato ogni genere di cosa e di manifestazione, non ha mai lesinato discorsi e sorrisi.
Sempre immortalato dai fotografi, amava conservare le immagini e scrivere lettere, ad ogni ricorrenza e in ogni occasione; era per lui un piacevole 'dovere'.
Riordinando il suo archivio fotografico ho trovato, tra centinaia di lettere, una indirizzata a suo figlio Roberto quando aveva solo sei anni: si complimentava con lui per i bei voti alla fine dell’anno scolastico.
Raccontare Bruno Boni in 70 fotografie vuol dire ripercorrere la storia della nostra città, della nostra politica, dei nostri costumi.
Vuol dire prima scegliere vecchie fotografie, osservarle attentamente, tenere conto anche dello stato di conservazione, poi rigirarle e scoprire l'autore da un timbro o da una didascalia a volte inesistente.
Vuol dire riproporre le immagini di bravi fotografi bresciani come Allegri, Strada, Cinelli, Orioli e tanti altri, condividendo idealmente un lavoro che ricorda anche loro.
La scelta per me obbligata è stata quella di proporre, tra il materiale messo a disposizione dalla famiglia e del mio archivio, l'immagine di Boni che preferisco: di uomo politico e di amministratore, ma soprattutto uomo saggio che sapeva, come pochi, rapportarsi con la gente: intelligente, sarcastico e giocoso, puntiglioso e autoironico, forte e spensierato.
Costruire un’accurata biografia per immagini della sua carriera politica è impegno futuro.
Per ora, a distanza di oltre un decennio, mi piace ricordare l’orazione funebre di Mino Martinazzoli, suo successore che sotto il porticato della Loggia singhiozzando concluse: ''... noi non la dimenticheremo, Professore. E lei non si dimentichi di noi, carissimo, Sindaco per sempre''.