• Rassegna di testi inediti sul Natale in dialetto bresciano, a c. Pietro Arrigoni, ed. La Compagnia della Stampa 2006

16 racconti sul Natale in dialetto bresciano e 6 poesie
Autori: Matilde Filippini Saleri, Memo Bortolozzi, Alberto Rigoni, Ruggero Piceni, Alberto Seccamani, Egidio Bonomi, Anna Bietti, Giuseppe Bertozzi, Velise Bonfante, Bruno Marini, Giuliana Bernasconi, Dario Tornago, Ugo Pasqui, Adelio Finulli, Giovanni Peli, Fulvia Marai, Fernanda Onofrio, Maurizio Milzani.
8 fotografie del Circolo Click di Flero
Formato: cm 13 x 20
Pag. 126 

Il Natale della nostra gente, Prefazione di Carlo Agarotti
Fra le feste piccole e grandi che si dipanano lungo l'arco dell'anno,
nessuna è entrata nel cuore della gente come il Natale. Il naturale fatto della nascita, il luogo povero e silenzioso dove avviene e il contatto stretto con gli animali domestici più umili, inducono, ogni volta, ad un moto di pietà e di tenerezza. La nostra buona gente comune, che continua a mantenersi semplice, genuina e schietta, percepisce il pur grande avvenimento come un fatto intimo e familiare e vi partecipa con spontaneità e generosità insieme a parenti, amici e conoscenti quasi come se il sacro evento avesse luogo realmente ogni anno, magari, proprio nel paese in cui
abita o, addirittura, sotto il tetto stesso della sua rustica dimora. I moti dell'animo e i buoni, cari sentimenti si rispecchiano intatti nella calda, delicata atmosfera che pervade il ricordo della divina nascita. Il Natale è la festa della famiglia unita che si vuole bene e che, un tempo, la Vigilia, si stringeva intorno al focolare fiammeggiante dove il rizidùr, il capofamiglia, sistemava con perizia el sòc de Nedàl, il ceppo più grosso tenuto appositamente da parte durante l'anno, prima di aspergerlo di vino e adempiere così al suo ruolo di officiante di un augurale, sacro rito solstiziale, tramandato, da tempo immemore, dagli antenati. Quella sera, nel lieve tepore della propria casa, al riparo dal freddo e dal buio esterni, i diversi componenti dimenticavano gli affanni e le preoccupazioni di ogni
giorno e si ritrovavano insieme, in pace e in armonia. I meno fortunati, che facevano anch'essi parte della comunità, venivano, in qualche modo, fatti partecipare alla festa con il dono del caidù, un poco di legna per scaldarsi e qualcosa da mangiare, che, nel tempo, aveva preso, non si sa come, il nome degli alari del camino. Per tutta la giornata la Chiesa manteneva la rigida prescrizione del digiuno ma, secondo l'antico costume celtico, ancora seguito nelle campagne, essa terminava con il giungere delle tenebre. Da quel momento era un tranquillo affacendarsi per apparecchiare e provvedere ad ogni cosa per la rituale, lauta cena della Vigilia. Dopo il piacevole e gustoso convivio venivano trascorse, in perfetta letizia, le poche ore che mancavano alla messa di mezzanotte.
Mentre nelle rievocazioni della Pasqua, l'altro punto focale del
cristianesimo, sono i personaggi del potere, come il re, il gran sacerdote e il rappresentante del dispotismo romano che si muovono con insensata, drammatica arroganza, nel Natale, al contrario, sono soltanto dei miti pastori, la gente del luogo, fors¹anche la più umile, a contornare di intensa e devota spontaneità il grande avvenimento.
Si può immaginare, non senza ragione, che i protagonisti umani della Passione, nel loro insolente e irresponsabile confronto, si siano serviti della fredda, burocratica e ridondante lingua ufficiale. I pastori di Betlemme, invece, dal canto loro, fra  espressioni di sorpresa e di giubilo, avranno sicuramente discorso amabilmente insieme, nel loro linguaggio semplice di tutti i giorni, forse limitato in quanto a varietà di termini, ma vivo, fresco e genuino nelle sue schiette espressioni. Proprio la lingua, si potrebbe dire, che ha sempre parlato la gente comune, ovunque nel mondo si trovasse a vivere. Sempre la stessa che il grande ingegno di Giacomo Leopardi non disdegnava affatto, tanto da raccomandare ai poeti l'ascolto del popolo quando parla perché più vicino alla natura.
Se il Natale è, più di altre, la festa propria della gente comune, ne viene, di conseguenza, che, in moderne rievocazioni, presepi viventi e opere rappresentate per l'occasione, sia da prediligersi l'uso del suo parlare, ossia del pretto dialetto che esce spontaneamente dalla sua bocca. La lingua nazionale, che il poeta Franco Loi ricorda come fosse, al momento della sua imposizione ai novelli italiani, una presunta lingua media fiorentina inesistente è sicuramente più dotta e ricca di vocaboli ma difficile da congegnare e da parlare correttamente perché non è lingua schietta di popolo
come lo sono, invece, i dialetti e qualche dialetto assurto al rango di lingua come, ad esempio, l'inglese. Il sommo Dante, nella sua Commedia, ignora il resto dell'umanità e tratta, quasi esclusivamente, di gente di potere, come già lui era stato, usando un italiano arcaico benché altamente poetico, che solo i dotti del suo tempo comprendevano nella sua interezza. Una manifestazione che rievochi un evento caro al popolo come il Natale, non può essere resa, quindi, in altra lingua che non sia la sua. Per quanto concerne, invece, l'aspetto scenico ovvero i luoghi ove realizzare le opere da rappresentare e le rievocazioni legate al Natale che, data la stagione poco propizia, non è sempre possibile effettuare all'aperto, sono, al pari della lingua, preferibili situazioni di naturalezza e semplicità. Può trattarsi di ambienti vecchi, rustici e
poveri, non certo disordinati né sporchi, magari luoghi di antica sacralità, vetusti luoghi di culto nei quali il cristianesimo è succeduto ad ancora più antiche religioni a sfondo naturale, come nel caso di alcune pievi romaniche, talora sconsacrate, con lo scabro tetto a capanna. Le persone venute ad assistere alla rappresentazione, devono poterne godere in rispettosa tranquillità sentendosi a proprio agio. Il freddo monumentalismo
delle cattedrali di marmo, infatti, intimorisce gli individui che si sentono soggiogati da tanta espressione di potenza, anche creativa, e li rende trepidanti e quasi estranei a quanto vi avviene.
La religiosità semplice e commovente della nostra buona gente è come un vino nostrano, scuro, forte e vigoroso conservato in una piccola, vecchia botte di legno. Soltanto il Natale, fra le feste del calendario annuale, ha il potere di farlo sgorgare forte e copioso nella serena e tacita armonia di arte, cultura, sentimento e devozione, che è il Natale nelle Pievi di Pietro Arrigoni.